Bruscolotti: “Il mio Napoli da Maradona a De Laurentis”

Fonte: Rivista Sportiva  http://www.rivistasportiva.com/index.php?option=com_k2&view=item&id=968:esclusiva-rs-buscolotti-“il-mio-napoli-da-maradona-a-de-laurentis”&Itemid=74

di Lola Gelli

La Redazione di RS è stata a pranzo nel ristorante di Peppino Bruscolotti, difensore leggendario del Napoli degli anni ’70 e ’80, che si trova a Napoli, sulla discesa Coroglio.

Dentro il locale si vive un’atmosfera particolare: foto, magliette e coppe di tutti i campioni del Napoli di quegli anni. Il tutto condito da ricette tipicamente napoletane. Il ristorante si chiama “10 maggio 1987” in onore del primo scudetto del Napoli di Bruscolotti che, tra una portata e l’altra, ci ha raccontato aneddotti, storie e particolari di Napoli e del Napoli. Un’intervista in esclusiva a 360°, da Maradona a De Laurentis, in cui il campione napoletano si mette a nudo, dimostrando una notevole fierezza di fronte ai racconti dell’epoca e una grande delusione nella mancata chiamata del Napoli di oggi.
Ci troviamo qui nel suo ristorante: “10 maggio 1987“. Data speciale per Napoli e tutti i Napoletani. Ci parla di quel campionato?

“Il 10 maggio 1987 è la data che maggiormente mi appartiene, è il momento più significativo della mia vita. Un’emozione unica, aspettavo quel momento da anni, sembrava un qualcosa di irrangiungibile, poi quando a Napoli arrivò Diego (Maradona, ndr) ho capito da subito dove saremmo arrivati. Non fu un campionato facile ma avevamo da subito la consapevolezza di potercela fare. Nel finale di campionato la tensione era altissima, ma alla fine è successo quello che tutti hanno visto. Una gioia indescrivibile”.
Dopo 15 anni di carriera in maglia azzurra “Pal’ e fierr’” vince il campionato. Quale era il segreto di quella squadra? Secondo Lei fu il Napoli più grande di sempre? Fu la sua migliore annata?

“Sicuramente fu il Napoli più forte. Anche se quando si vince è normale considerare una squadra la più forte di tutti i tempi. Altre due volte fummo vicino a vincere lo scudetto. Ma la stagione del primo scudetto era qualcosa di diverso, le altre volte fu tutto improvvisato, quell’anno no: era tutto frutto di un progetto, di una programmazione). E il merito fu di chi organizzò tutto ciò, di chi ci permise da un anno all’altro di lottare per lo scudetto. A livello personale invece la mia miglior annata fu il 1981, quando tornai in campo dopo due infortuni: l’operazione al menisco e lo strappo all’inguine nel finale della stagione precedente. Tornai in campo e disputai una grande stagione”.
Chi fu in particolare l’artefice di quello scudetto?

“I meriti furono di tante persone, ognuno aveva un ruolo importante. Ma se non ci fosse stato Diego probabilmente avremmo avuto grandi difficoltà a vincere. Fu lui dopo il primo anno in Italia a minacciare di andare via se non fosse stata costruita una grande squadra al posto di quella squadretta”.
L’anno seguente il Napoli buttò via lo scudetto. I più maliziosi parlarono di calcioscommesse. La squadrà si bloccò improvvisamente. Cosa successe realmente?

“Per 3/4 di campionato il Napoli fu in testa alla classifica e giocò meglio della stagione precedente. Chiudevamo ogni partita dopo pochi minuti. Durante tutto il campionato non avevamo avuto problemi, poi crollammo all’improvviso proprio nel momento più importante, purtroppo vennero meno i giocatori più decisivi. Fummo anche sfortunati perché proprio in quel periodo ci toccò lo scontro diretto contro il Milan, l’avessimo incontrato prima avremmo vinto un altro scudetto”.
Sulle accuse di combine invece che ci dice?

“Perdemmo lo scudetto sul campo. Questa è la Seria A, non siamo a livello parrocchiale. Quelle sulle scommesse sono solo storielle, menzogne, la gente si diverte a parlare male dei calciatori”.
Gli arbitri contribuirono al crollo del Napoli?

“Devo dire di no. Ma gli arbitri ci hanno sempre remato contro, in particolare quando giocavamo con le squadre del Nord, e non solo le solite note. Era sufficiente che fosse del Nord. Una volta ricordo un gol ridicolo di Pulici che allungò il braccio e colpì goffamente la palla con la mano. Chiaramente il gol fu convalidato. Ancora non ho digerito quel gol. Almeno Diego i gol di mano li faceva belli. Attualmente vedo che le cose non sono cambiate, le squadre del Nord sono sempre favorite. Ho visto di recente Bologna-Milan (rigore generoso concesso al Milan, ndr), all’arbitro bisognava prenderlo a botte”.
Già cha parliamo di arbitri: ha mai avuto problemi con qualche fischietto?

“Certamente. Lo Bello figlio (Concetto, ndr). Ogni volta prima ancora di cominciare si avvicinava e mi diceva senza motivo: “al primo fallo ti butto fuori”. Inconcepibile”.
Dicevamo “Pal’ e fierr’“. Da cosa deriva il suo soprannome? Immaginiamo che fosse un ottimo difensore anche in tema di donne.

“Il mio soprannome deriva dal fatto che se mi scontravo con un avversario, lui cadeva regolarmente mentre io rimanevo in piede. Con le donne, (risata-ghigno) sono stato un bel difensore ma fino a 20 anni, poi conobbi mia moglie e andai a convivere già a 23 anni”.
511 partite con il Napoli di cui 387 in Seria A. Mai pensato di cambiare squadra? Scelta personale o non arrivarono mai grandi offerte?

“In verità ci sono state molte opportunità di cambiare squadra. Ogni anno arrivavano offerte e richieste, negli anni tutte le squadre si sono interessate a me. Tutte tranne la Juventus, probabilmente perché all’epoca in difesa erano ben coperti, ad esempio con gente del calibro di Gentile e Cabrini. Tutte le squadre mi hanno cercato ma quella che fu vicina al mio acquisto fu la Roma.”
Fu vicino a giocare con la Roma? Prego, ci racconti
“Vinicio un giorno mi venne a trovare e mi disse che la società mi aveva venduto alla Roma. Poi l’affare saltò perché i medici romani sollevarono dubbi sulla mia caviglia, in particolare per un problema relativo ad una calcificazione. Era il 1982, mi volevano la Roma e il Barone Liedholm, se mi fossi trasferito nella capitale avrei vinto il campionato nel 1983 ma forse non avrei mai vinto con il Napoli”.
Non vogliamo annoiarla con le solite domande sul Maradona uomo e Maradona giocatore, può però ricordare ai più giovani cosa  lei sussurrò all’orecchio del Pibe de Oro prima di quella leggendaria punizione contro la Juventus?

“(Risata) non posso, è qualcosa di molto personale che non si può rendere pubblico. Però vi racconto quello che mi rispose Diego: l’arbitro ci aveva fischiato questa punizione ma i giocatori della Juventus non volevano rispettare la distanza, l’arbitro non voleva intervenire nonostante le nostre richieste. Ci provai e riprovai. Alla fine la tensione era alle stelle, mi ero innervosito. Parlai con Diego. Lui era di un altro pianeta, mi rispose “tanto faccio gol lo stesso”. E così fu”.
Senza nulla togliere agli straordinari meriti di Mister Mazzarri, vedrebbe bene Maradona alla guida del Napoli?

“Diego doveva essere alla guida del Napoli già da anni, ma purtroppo il giocattolo si ruppe e lui fu costretto ad andare via. Lo vedrei bene sulla panchina del Napoli ma prima deve fare esperienza come tecnico in Europa. Da giocatore è una cosa, da allenatore è tutto diverso. Un personaggio del genere deve arrivare preparato, non può rischiare una brutta figura. E’ però vero che oggi sono i calciatori che fanno l’allenatore, sono solo gli artefici di tutto. Se non hai qualità puoi predicare quanto vuoi”.
Ha marcato i più grandi attaccanti del mondo. Chi sceglie tra Maradona-Giordano-Careca oppure Hamsik-Lavezzi-Cavani?

“Non si può dire, parliamo di due epoche diverse, il paragone è difficile anche perché il gioco è molto diverso. Ma Diego era Diego”.
Questo Napoli può vincere in Italia e/o in Europa?

“Può vincere, ma quest’anno è diverso dallo scorso, il Napoli non riesce a fare sfracelli”.
Lei è una bandiera. Un simbolo. Eppure dalla società non arriva un segnale. Perché? Si aspetta una chiamata?

“Purtroppo De Laurentis non vuole avere nulla a che fare con il vecchio Napoli. Prima voleva la Napoletanità poi dopo qualche trattativa andata a monte ha cambiato idea. La gestione è la sua e devo accettarlo, anche perché in questo momento sta anche vincendo, per cui…A me comunque farebbe piacere una collaborazione, dopo oltre 500 partite mi sembrerebbe anche il minimo essere chiamato dalla società per ricoprire un qualsiasi ruolo. De Laurentis non capisce che ogni società ha bisogno di persone che conoscono l’ambiente esterno, in grado di fare da collante tra la società e i tifosi. C’è bisogno di personaggi di cui la gente si fida e a cui vuole bene”.
E invece?

“E invece la Società non ne vuole sapere. Pensi che hanno mandato via Carmando (lo storico massaggiatore) sei mesi prima di raggiungere la pensione. Non hanno nemmeno avuto il coraggio di avvisarlo. Il povero Carmando come ogni anno è andato a preparare le sue cose per il ritiro pre-campionato e solo in quell’occasione gli hanno detto di andare via. Parliamo di un uomo splendido. Se abbiamo vinto tanto il merito fu anche il suo. Nel suo lavoro era un campione e riusciva a riportare la calma all’interno dello spogliatoio sdrammatizzando su qualsiasi cosa. Nella nostra squadra aveva un ruolo fondamentale. Diego se lo portava dovunque. Possibile che non si è voluto trovare un ruolo?”.
Conosce Napoli e i Napoletani come le sue tasche. Negli ultimi 25 anni ha notato cambiamenti nella mentalità dei tifosi?

“Negli ultimi tempi trovo i tifosi un po’ più distaccati nei confronti di questo sport. Probabilmente sono state le vicende degli ultimi anni, le difficoltà economiche, le sconfitte. Il problema è che ci hanno massacrato, la Federazione ha aiutato tutti e noi invece siamo stati mandati in Serie C. Ci hanno sempre penalizzato, normale è oggi siamo un po’ più distaccati”.
14 novembre 1976, il Napoli batte il Southampton e si aggiudica la Coppa di Lega Italo-Inglese. A distanza di tanti anni, Il Napoli prima ha battuto il Manchester City e ora si troverà di fronte il Chelsea negli ottavi di Champions. Pronostico?

“Ce la possiamo fare. Il Chelsea è una squadra fortissima, in casa sono sempre temibili ma rispetto ai miei tempi oggi certe partite sono più facili. Rispetto a prima gli inglesi hanno stravolto il proprio calcio, allora era fatto di pressione, ripartenze e la forza di metterti sotto per tutta la partita. Se crollavi rischiavi di prendere una goleada. Oggi giochiamo lo stesso calcio, anche gli inglesi si sono adeguati al calcio moderno, per cui non vedo ostacoli insormontabili”.
Terminiamo con la nazionale. Non ebbe grande fortuna con la maglia azzurra. Si è mai spiegato il motivo? Se fosse il CT Prandelli a chi affiderebbe la difesa?

“Quello con la nazionale purtroppo è un nodo che non si è mai sciolto. Peccato, in quel gruppo, anche in quello del Mondiale dell’82, potevo starci. Ma all’epoca venivano scelti i blocchi, per lo più delle grandi squadre. Il lavoro di un CT è molto difficile, bisogna stare sempre con gli occhi aperti alla ricerca di qualcuno da inserire a meno che non si scelga di portar avanti un gruppo giovanissimo su cui puntare negli anni. Preferirei non rispondere alla domanda sui difensori per non mancare di rispetto a Cesare Prandelli ma la coppia Bonucci-Ranocchia mi piace troppo. Sono nati per giocare insieme, c’è grande feeling, grande intesa, non ho mai visto un tale affiatamento in due difensori. E’ stato un peccato dividerli, se fossi stato un Presidente di una squadra li avrei comprati entrambi. A loro due affiderei la difesa della nazionale”.

MARADONA

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